Interviste con la Scienza - Prof. Vincenzo Zappalà

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Libri di divulgazione scientifica (e non solo) di Vincenzo Zappalà - Per tutti i libri è disponibile sia la versione cartacea che quella “ebook”  

L. Benvenuto. Cominciamo questa chiacchierata con qualche nota biografica. Sei famoso, soprattutto nell’ambiente dei planetologi, per i tuoi studi sui Corpi minori del Sistema Solare, ma ti sei laureato in Matematica. Come sei finito all’Osservatorio Astronomico di Torino?

Z. La mia storia per arrivare alla laurea e poi all’Astronomia è piuttosto lunga. Finito il Liceo Scientifico a Savona ero davanti ad una difficile domanda, che condividevo con molti altri compagni di scuola: che università fare? La mia vera passione sarebbe stata architettura. Mi era sempre piaciuto il disegno ed ero piuttosto bravo (almeno così dicevano i miei insegnanti). Inoltre fin da piccolo ero attratto dalla storia dell’arte, soprattutto quella medioevale e rinascimentale. Spesso i regali di Natale e di Compleanno erano libri di architettura antica o di pittori rinascimentali (il mio preferito è sempre stato Masaccio). Insomma sembrava ovvio che scegliessi Architettura. Tuttavia avevo 17 anni e nel 1962 le occasioni per uscire di casa erano ben più limitate di oggi. Non vedevamo l’ora di essere più liberi e di fare “baldoria” tra amici (e possibilmente amiche). Io vivevo a Savona e la facoltà di Architettura era a Genova, ad un’ora di treno. Per cui non c’era problema a fare il pendolare. D’altra parte, in quel periodo, il Politecnico di Torino era famoso nel mondo e chi usciva da quell’istituto trovava immediatamente lavoro. Era un’ottima “scusa” per chiedere di frequentarlo. Ma la vera motivazione era un’altra: da Savona a Torino non si poteva fare il pendolare giornaliero. Bisognava “vivere” a Torino, lontano da casa. Non fu difficile allora rinunciare al sogno e puntare verso una vita libera e spericolata. Immaginate quanto spericolata poteva essere a quei tempi, ma comunque era una novità entusiasmante. E poi tanti compagni di scuola avevano fatto la stessa scelta. Mi iscrissi al politecnico e trovai alloggio presso una famiglia di origine toscana che abitava nei pressi. Il biennio fu veramente interessante e arduo. Erano obbligatori i due esami di Analisi, Geometria, Fisica e quello di Meccanica Razionale, Chimica e Disegno. E che professori! Il Buzzano di Analisi ed il Perucca di Fisica. Allora prendere un 24 era già una conquista che ti lasciava veramente soddisfatto. Riuscii a finire gli esami nel tempo giusto ed iniziai il triennio. A quel punto le cose cambiarono molto. Mi ricordo soprattutto l’esame di Scienze delle Costruzioni. Lo scritto era sulla teoria dei tensori e presi un bel 30. Ma l’orale era invece molto più pratico. Coefficienti di resistenza, composizione del calcestruzzo e cose del genere, tutte essenzialmente mnemoniche. No, non era per me. Rifiutai il 20 che mi era stato proposto e decisi di cambiare Università, ben contento però di avere nel carniere gli esami fatti fino ad allora. Mi iscrissi a matematica, perché la sentivo più teorica e vicina al mio modo di ragionare: che begli esami Algebra, Geometria superiore, Calcoli numerici. Poi scelsi come esame complementare Astronomia: il professore (Fracastoro) era un simpaticissimo toscanaccio e presi anche un bel 29. Mi mancavano pochi esami e chiesi la tesi in Astronomia, sulle caratteristiche ottiche dei telescopi a specchio. Il giorno dopo la laurea, Fracastoro mi telefonò a casa e mi disse: “so che devi fare il militare tra pochi mesi e quindi nessuno ti darebbe un lavoro prima del servizio militare. Perché non vieni all’osservatorio (lui era anche il Direttore) ed elabori un po’ la tesi per farne una pubblicazione? Avresti anche un po’ di soldini.” Accettai immediatamente e poi partii per la guerra. Quando tornai, ebbi la fortuna che il mese dopo c’era il concorso per Tecnico Laureato all’Osservatorio di Torino. Lo feci e lo vinsi. Da allora non mi sono più mosso. E cominciai subito a fare Fisica dei corpi minori. Ma senza rincrescimenti, perché penso che la matematica sia il linguaggio della Fisica e quindi era molto importante che l’avessi digerita bene. E poi via via arrivai fino all’ordinariato.

L. Hai all’attivo centinaia di pubblicazioni scientifiche, ma la tua fama deriva principalmente dagli studi sulle famiglie dinamiche. Ci vuoi spiegare cos’è una famiglia dinamica?

Z. Il modo migliore per individuare una famiglia dinamica nella fascia asteroidale è quella di “plottare” in un grafico l’eccentricità oppure l’inclinazione verso il semiasse maggiore dell’orbita. Si vedranno subito che esistono gruppi di oggetti estremamente densi, che non possono certo essere dovuti al caso. Scoperte fino dall’inizio del 900 dal giapponese Hirayama, quando di asteroidi se ne conoscevano poche centinaia, queste “nuvole” di oggetti furono studiate con particolare attenzione. I singoli asteroidi che le compongono devono per forza avere qualcosa in comune e questo qualcosa è la loro origine. Essi non sono altro che frammenti di un antico asteroide venuto in collisione con un fratello più piccolo e ridottosi in tanti pezzetti. Ogni singolo frammento ha poi iniziato a vivere la sua vita da “single”, mantenendo però caratteristiche orbitali molto simili a quelle dell’asteroide originale. A questa interpretazione si è arrivati lentamente, in quanto all’inizio non vi erano prove fisiche della comune origine. Vi sono state molte classificazioni, basate su vari approcci statistici, che però avevano un carattere molto soggettivo. Si doveva trovare un metodo oggettivo al massimo per evidenziarle rispetto allo sfondo. Nel 1990 applicai il metodo della minima distanza tra oggetti, in cui sostituii la distanza con una metrica basata sulle celebri equazioni di Gauss che danno le velocità relative in funzione delle differenze orbitali. La distanza diventava quindi la velocità relativa tra oggetti, prendendo un valor medio per gli angoli che comparivano nelle equazioni. Ottenni dei diagrammi a “stalattite”, ossia diagrammi che a seconda della velocità scelta mi dicevano quanti oggetti avevano distanze minori di quel valore. A quel punto potevo descrivere le famiglie come quei gruppi che possedevano un certo numero di oggetti più vicini di quanto ci si aspettasse in una distribuzione casuale. Volendo potevo essere più restrittivo (abbassando il livello di velocità) o più ottimista (alzandolo). Il sistema era veramente oggettivo. Le osservazioni spettroscopiche eseguite in seguito confermarono la validità dell’approccio statistico: le famiglie dinamiche erano anche delle vere famiglie fisiche. La composizione era identica o al limite era compatibile con un oggetto differenziato. La più bella conferma fu quella della famiglia di Vesta (feci anche una scommessa con un collega americano che aveva accesso ad un grande telescopio, Richard Binzel). Vesta aveva un tipo tassonomico unico nella fascia asteroidale, il tipo V, simile a quello delle meteoriti dette “eucriti”. Io avevo trovato una numerosa famiglia collegata a Vesta, composta da oggetti molto piccoli, inferiori ai 10 km, e scommisi con Binzel che sarebbero tutti stati di tipo V anche loro, in quanto frammenti originatisi da una collisione semi-catastrofica su Vesta. E questo fu verificato in pieno dalle osservazioni spettroscopiche: erano tutti V ed erano i soli conosciuti oltre al loro grosso compagno di viaggio. Inoltre furono anche scoperti poco dopo alcuni NEA (Near Earth Asteroids) di tipo V. Conclusi con il primo legame asteroide-Terra provato dalle osservazioni. Vesta era stato urtato e dal cratere erano scappati frammenti (la famiglia), alcuni erano stati immessi nelle risonanze vicine ed avevano raggiunto il Sistema Solare Interno (i NEA di tipo V). Qualche pezzo era caduto sulla Terra e lo potevamo prendere in mano (le eucriti). Insomma avevamo pezzi di asteroide e sapevamo perfettamente da dove venivano! In seguito il telescopio Hubble identificò anche l’antico cratere su Vesta. Una bella soddisfazione, non c’è che dire …

L. A tuo parere perché gli italiani sono così allergici alla matematica, tanto da farne addirittura un vanto del non capirci niente?

Z. Il primo motivo è forse legato allo stereotipo del “matematico”, soprattutto se giovane: magro, con gli occhiali e sempre chino sui libri. E facile allora, in gioventù, cercare di prendere le distanze da questo classico “secchione”, poco ben visto dalle ragazze. Poi è stato facile allargare la descrizione a tutte le età. Sicuramente la logica matematica necessita di grande concentrazione e lucidità. E’ quindi facile vedere matematici immersi nei propri pensieri, proprio mentre stanno magari mettendo qualche idea sotto un ben preciso profilo logico. In quei momenti non ci si può distrarre, se no salta tutto per aria. Io mi ricordo quando studiavo Geometria Superiore. Era tutta basata su chilometriche dimostrazioni astratte, del tipo:“se un filtro compatto è anche connesso, allora esiste sempre un sottoinsieme che etc., etc.” Non era facile raffigurare nella propria mente i Filtri, i Gruppi, gli Ideali e concetti del genere. Io ad esempio li rappresentavo graficamente, anche se non avevano nessuna corrispondenza con la realtà astratta della loro definizione. Ma a me serviva molto per procedere nella dimostrazione senza perdere di vista il filo logico. All’esame utilizzai lo stesso metodo ed il professore (Conte, oggi Preside di facoltà e parente stretto del grande cantautore Paolo) ne fu anche sorpreso, ma lo considerò una tecnica efficace e mi diede un gran bel voto. Penso che ogni matematico debba avere una sua filosofia di ragionamento, per mantenere la calma e la tranquillità necessaria per descrivere la logica profonda e per non tralasciare nemmeno il più piccolo dei particolari.

Il secondo motivo è forse legato alla mentalità italiana, più abituata agli studi classici e umanistici piuttosto che scientifici (matematici in particolare). Siamo un popolo di poeti, ma non di matematici, si dice. Anche se poi in realtà i matematici italiani sono sempre stati tra i più validi al mondo.

Vorrei aggiungere qualcosa in merito alle capacità dei grandi matematici. Mi ricordo le prime lezioni di Analisi 1 al Politecnico di Torino date dal grandissimo prof. Buzzano. Seguii le prime 5 o 6 senza capire dove voleva andare a parare. Io pensavo allo studio di funzioni fatte in quinta liceo, ma qui invece si parlava di costruzione della frase, di posizione delle congiunzioni e cose del genere. Avevo forse sbagliato facoltà? Poi finalmente capii. Bisognava prima preparare la struttura del linguaggio per potere affrontare anche le più semplici dimostrazioni. Niente doveva essere ovvio e tutto andava detto nel modo e nel tempo giusto. Capii anche perché un solo minuscolo errore di posizione durante l’esame avrebbe abbassato immediatamente il voto di 4 o 5 punti. Non era una ricerca maniacale di perfezione, ma l’essenza pura della matematica: o entri in quella logica oppure cambia mestiere! Del Buzzano mi ricordo anche le stupende lezioni con più di 500 allievi in silenzio assoluto. Le sue non erano dimostrazioni, ma risoluzioni di un giallo di Agatha Christie. Una volta suonò la fine dell’ora prima che potesse dire: “come dovevasi dimostrare”. Ci fu una vera ribellione. Non lo lasciammo uscire senza che ci avesse svelato il finale. Fu un momento esaltante per tutti noi e penso anche per lui. Questa è la vera matematica: una forma di arte intrisa di genio e perfezione stilistica. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti, dovendo descrivere con il migliore linguaggio la meravigliosa Fisica della Natura che ci circonda.

L. Annoveri tra i tuoi amici alcuni tra i più grandi planetologi del Novecento, Oort, Whipple e i compianti Farinella e Shoemaker. Che ricordi hai in particolare degli ultimi due?

Z. Il loro ricordo mi da grandi emozioni e forse rappresenta la mia più grande soddisfazione di scienziato. Oort l’ho conosciuto durante un mio soggiorno di studio presso l’osservatorio di Leiden. Era molto modesto e discreto. Insieme a comuni colleghi ci aveva invitato nella sua casa di campagna sulle dune del mare del Nord. In quel caso preparai per tutti una “magnifica” spaghettata al sugo di tonno. Gli spaghetti erano di grano tenero, i pomodori dei pelati terrificanti e mancava del tutto il vino. Ma il risultato ebbe un grande successo, forse perché in Olanda, almeno allora, non erano dei grandi buongustai. Whipple l’ho conosciuto in Giappone, durante un piccolo congresso a Kyoto. Durante una pausa, mi ero recato in uno studiolo per fumare una sigaretta (quel viziaccio mi è purtroppo rimasto). Ad un certo punto mi vedo comparire Fred, che con fare guardingo mi chiede gentilmente una sigaretta. Ma di nascosto, perché non voleva farsi vedere dalla moglie. E’ nata una simpatica complicità che continuò nei giorni seguenti. Poi siamo rimasti amici ed oggi ho ancora nel mio studio un quadro dove ho esposto le lettere che mi ha inviato ed anche la busta con un francobollo che riportava la sua effige, firmato a lato. Grande personaggio e grande uomo di estrema semplicità e correttezza (non certo simile a certi baroni universitari locali). Farinella è stato un amico ed un collaboratore strettissimo. Giovane di straordinarie capacità intellettuali e di grande fantasia creativa, era anche un simpatico compagno di merenda. Lui sapeva perfettamente di avere una gravissima malattia cardiaca e che avrebbe dovuto fare una vita tranquilla per sperare di vivere il più a lungo possibile. Ma invece non si tirava mai indietro, perché mi diceva:“meglio vivere brevemente, ma vivere e non sopravvivere”. e così siamo andati insieme fino alla riserva indiana dei Supai, 25 chilometri di cammino sotto il sole del deserto dell’Arizona. E siamo saliti in cima a tutte le piramidi Maya in Messico. Non voleva rinunziare a niente e forse non gli si può dar torto. L’astrofisica ha perso con lui una delle più brillanti menti degli ultimi decenni. Shoemaker era infine una persona simpatica e deliziosa, malgrado avesse una fama enorme negli Stati Uniti. Di una modestia e di una sincerità intellettuale senza pari. Proprio lui, un caro amico, mi ha dato alcune delle più grandi soddisfazioni della mia modesta vita di scienziato. La prima si riferisce ad un mio seminario tenuto al Lowell Observatory di Flagstaff. Avevo appena cominciata la mia relazione, quando si aprì la porta ed entrò Shoemaker. Era trafelato e si scusò pubblicamente. Era allora il Direttore del centro geologico dell’Arizona, a circa 60 miglia da Flagstaff, ed era arrivato più in fretta che poteva, superando anche il limite di velocità. A me disse apertamente:”non potevo mancare ad un tuo seminario!!”. Poche parole, che valgono molto più di tanti titoli o riconoscimenti. E poi erano proprio sentite e venivano dal cuore. La seconda fu nuovamente a Flagstaff, durante le celebrazioni del centenario dell’Osservatorio. Io ero stato invitato a parlare (unico non americano ed anche questa è stata una bella soddisfazione) prima di Shoemaker. Come al solito condii la mia relazione con qualche vignetta allegra e qualche battuta di spirito (sono convinto che sia un metodo magnifico per farsi seguire, soprattutto dai colleghi americani) ottenendo molti applausi e molte risate divertite. Dopo toccava a lui. Le prime parole che disse furono: ”e come faccio a parlare dopo Enzo? Farò una ben misera figura” Quanti avrebbero detto questo tra i nostri scienziati di ben minore spessore scientifico e di ben minore fama? Io ne fui commosso e lo abbracciai con vera amicizia. Quando seppi che era deceduto in quel tragico modo in Australia capii che sarebbe mancato un vero grande uomo e non solo uno scienziato celeberrimo.

L. Sei noto per essere una persona molto schietta, che non le manda a dire come suol dirsi. Ti ha creato qualche problema questo tuo modo di essere?

Z. Sicuramente si. Ma mi ha anche dato la possibilità di guardarmi ogni mattina allo specchio senza avere vergogna di me stesso. Non sono mai stato favorevole ai compromessi, soprattutto se nascondono la possibilità di ottenere favori. Ho fatto la mia carriera senza dover dire grazie a nessuno, anzi a volte mi sono scontrato proprio con chi mi doveva giudicare. Ma non mi sarei mai perdonato atteggiamenti servili diretti ad un certo scopo. Questa è una delle poche cose che nessuno mi potrà mai confutare. Ho avuto parecchi nemici, certamente, soprattutto quelli che avrebbero voluto dire e fare, ma non ne avevano il coraggio o la sicurezza interiore. Ma ho anche ottenuto stima da quei pochi che hanno capito il mio carattere schietto e sanguigno. Faccio un solo esempio. Durante l’assemblea generale dell’IAU di Patrasso (1982 se ben ricordo) mi sono scontrato apertamente e senza mezzi termini con l’editore in capo di Icarus (Burns) e con un collega (Alan Harris), accusando il primo di scegliere referee soltanto americani ed il secondo di non aver citato correttamente un paio di lavori fatti con i colleghi pisani. Fui il solo a parlare (gli altri aspettavano il risultato in silenzio). Fui anche molto pesante e deciso, malgrado il mio inglese non fosse proprio oxfordiano. La conclusione fu che da quel giorno i referee europei divennero un obbligo e che Harris divenne molto attento alle citazioni. I contatti rimasero comunque più che buoni e con Harris ci siamo visti molte volte per scorribande eno-gastronomiche. Anzi, proprio pochi anni fa, dopo una splendida cena a casa di amici italiani (e forse con qualche bicchiere di troppo) mi si avvicinò e mi disse senza preamboli: “ti ricordi di Patrasso? Ebbene, devo ammetterlo: avevi proprio ragione e mi scuso del mio precedente comportamento”. Grande gesto di umiltà culturale e di amicizia. Purtroppo non sempre sono stato compreso e forse spesso sono andato oltre le righe. Ma continuo a pensare che è meglio sbagliare ed osare in buona fede, che nascondersi per non rischiare. E questo è anche il motivo per cui sono uscito dalla Planetologia ufficiale senza alcun riconoscimento da parte di molti colleghi, a cui sicuramente davo molto fastidio, ma che hanno sempre approfittato dei risultati da me ottenuti, mettendomi apertamente in gioco. Ma sono in pensione senza rimpianti e in totale serenità. I ricordi belli superano e nascondono nettamente quelli più squallidi ed a volte miserevoli. Ognuno ha la propria coscienza e la stima non si compra.

L. So che ti era stata offerta la direzione del mitico Lowell Observatory, in Arizona, ma preferisti rimanere in Italia. Pentito?

Z. Certamente no. Non mi sono mai pentito di niente. Da buon matematico ho sempre preso le decisioni dopo un’attenta lettura logica dei pro e dei contro. Sono stato onorato dell’offerta e forse questo mi è bastato. Ma avevo un gruppo da mandare avanti all’Osservatorio e ho preferito restare al mio posto. Anche se oggi posso dire di aver completamente sbagliato, vedendo i risultati complessivi e la freddezza ottenuta in cambio, penso che rifarei la stessa cosa. Bisognava tentare e non accettare un facile successo. E poi in Italia si mangia e si beve sicuramente molto meglio!!

L. Hai qualche rimpianto nella sua lunga carriera?

Z. Direi di no anche in questo caso. In fondo ho fatto l’astronomo quasi per caso ed ho ottenuto sicuramente molto. Ho molti altri interessi che premono e vorrei fare ancora molto negli anni (spero tanti) che mi rimangono. Forse l’unico rimpianto è stato quello di non aver visto volare la missione PIAZZI, proposta all’ASI negli anni ’80 da me con alcuni colleghi pisani. Anche per l’azione di disturbo di alcuni colleghi che temevano di veder ridotti i propri fondi, la missione fu finanziata solo per un succinto studio preliminare e poi abbandonata. La missione doveva dirigersi verso Eros e mettersi in orbita attorno all’asteroide. La spesa sarebbe stata relativamente modesta e l’impresa tutta italiana. Ho bisogno di dire che cosa è stato fatto molti anni dopo dalla missione NEAR della NASA?

L. Ai tuoi tempi, senza computer e camere CCD, ottenere misure fotometriche accurate di asteroidi era un processo lungo e delicato. Oggi è sufficiente un telescopietto di 20 cm di apertura ed una camera CCD per ottenere risultati validi. Ne è passata di acqua sotto i ponti

Z. Eh sì parole sante! Mi ricordo ancora con molta nostalgia le notti passate al telescopio Marcon da 45 cm dell’Osservatorio di Torino. Prima con la cellula Lallemand e poi con il “nuovo” fotometro digitale. Nel primo caso il pennino descriveva una linea continua che dovevamo poi mediare a mano e calcolarne il valore medio. E questo per l’asteroide, il fondo cielo e la stella di confronto. Anche con il nuovo fotometro però si dovevano comunque scrivere a mano i conteggi di fotoni e poi inserirli sul vecchio computer. Molte volte dormivo un paio d’ore e poi andavo in ufficio a ridurre i dati per vedere subito che variazione di luce avevamo trovato. E che freddo in cupola! Una volta siamo arrivati a -12 e abbiamo ceduto con grande tristezza, ma non si riusciva nemmeno a scrivere per il gelo. Parlo al plurale perché in questa pionieristica fase della mia vita scientifica collaboravo strettamente con Franco Scaltriti, grande esperto delle tecniche fotometriche. Ottenevamo curve di luce veramente belle per quei tempi e per il telescopio usato. Poi tutto è cambiato in meglio. Ma i ricordi di quelle notti non si cancellano. Per ottenere il periodo di rotazione di Nemesis, il più lungo a quei tempi, abbiamo osservato dieci ore per notte e per cinque notti consecutive. Che faticaccia, ma che piacere vedere alla fine la curva di luce completa!

L. Cosa pensi del lavoro svolto dagli astrofili più evoluti in giro per il mondo in particolare in ambito astrometrico e fotometrico?

Z. Ho sempre stimato molto i veri astrofili. Ho anche pubblicato lavori con loro. Oggi possiamo dire che sono più che essenziali per mandare avanti certi programmi, ormai “snobbati” ingiustamente dai professionisti. Ma sapete perché sono stati snobbati? Non perché non erano più necessari, ma solo perché le maggiori riviste internazionali avevano deciso di non pubblicare più posizione di asteroidi prima e curve di luce dopo. Molti avevano abbandonato non vedendo un ritorno di immagine e di carriera. Peccato, perché la fotometria è ancora estremamente necessaria, e le posizioni accurate fondamentali soprattutto per i NEA. Meno male che gli astrofili lo fanno solo per passione e continuano comunque!

L. Sei anche un abilissimo divulgatore. Contrariamente a quanto avviene altrove, penso per esempio agli USA, ancora oggi qualche tuo collega italiano ritiene che la divulgazione sia roba per ricercatori falliti. Mi pare che, quantomeno nel tuo caso, questa teoria fallisca clamorosamente

Z. Io tengo moltissimo alla “vera” divulgazione. Anzi la trovo essenziale. Ma quella vera. Spesso si fa divulgazione cercando di dimostrare quanto si è bravi e preparati. La conclusione è che gli uditori finiscono col dire: ”che grande scienziato! Non ho capito niente, ma deve essere molto bravo”. E poi si guardano bene dal tornare ad assistere ad un’altra conferenza astronomica. La divulgazione deve invece stimolare chi ascolta a sentirsi all’altezza e di conseguenza a cercare di approfondire da solo gli argomenti sentiti. Il miglior complimento per un buon divulgatore dovrebbe essere:”accidenti, ho capito tutto. Ma allora non sono così ignorante“. Eppure pochi conferenzieri lo fanno, temendo di sentirsi sminuiti. L’importante è anche presentare soltanto pochi concetti, con tante figure e ripetere le spiegazioni anche due o tre volte. E’ inutile mettere troppa carne al fuoco. Poi bisogna tenere conto che l’interesse scema lentamente in funzione del tempo. Nel primo quarto d’ora bisogna presentare i concetti più generali e semplici, in modo da preparare le menti degli ascoltatori e di aprirle. Poi ci saranno i venti minuti più impegnativi, con i concetti più ostici (ma sempre molto semplificati) ed infine si dovrà scendere lentamente verso le conclusioni, inserendo battute spiritose, barzellette, disegni. In tale modo si riesce facilmente a parlare per un’ora senza avere cali di tensione troppo drastici. Un altro punto essenziale è relativo agli errori “veniali”. Per rendere più semplice il concetto, io sono convinto che non è negativo semplificare le cose, anche inserendo qualche lieve inesattezza. L’importante è che alla fine il concetto base sia compreso. Ci sarà sempre tempo in seguito a correggere i particolari. E poi io lo dico subito, fin dall’inizio della conferenza. Non voglio ingannare nessuno. Faccio un esempio. Se volessi spiegare la formazione del Sistema Solare, parlerei dell’accrescimento dei planetesimi e di come si scontrano a bassa velocità e di come lentamente arriveranno a corpi più grandi fino ai pianeti. E’ ovviamente troppo semplificato e non tiene conto di altri meccanismi più difficili legati alla fluido-idro-dinamica ed ai campi magnetici. Ma farei un gran pasticcio e la gente non seguirebbe. Meglio una visione semplice (e non certamente sbagliata) che una confusione senza alcun legame logico. Compresa la versione semplice, si potrà sempre in seguito cominciare a condirla con qualcosa di più articolato. E poi ovviamente tutto dipende dall’uditorio. Io ho fatto esempi relativi a persone completamente digiune in materia. Se dovessi parlare ad astrofili, alzerei il tiro ovviamente.

L. Tra i tuoi interessi c’è anche l’archeoAstronomia. Cosa ti affascina di questa disciplina?

Z. E’ stato un interesse recente e non so nemmeno se durerà. Più che altro è nato su richiesta di un’amica che risiede alle falde del Monte Amiata e che era interessata a saperne di più sull’Astronomia etrusca. Ho fatto un po’ di ricerche e, come sempre mi capita, mi sono fatto coinvolgere da cose che non conoscevo e ho allargato il campo d’azione. Forse mi è servita per capire una cosa precisa su di me: penso di essere nato “ricercatore”, ossia qualunque sia l’argomento sento il bisogno di approfondirlo fino a capire ed avere un quadro sufficientemente logico dell’intera situazione. Poi a seconda dell’interesse continuo o cambio, ma l’importante è inserirlo in un contesto che mi permetta di comprendere le linee essenziali. In questo sono sempre un po’ bambino, con la voglia di sapere di tutto e di più.

L. Cosa pensi dell’attuale sistema formativo italiano? Ritieni sia adeguato alle esigenze della moderna società tecnologica?

Z. Una volta lo era sicuramente. Negli anni ’60 penso che i nostri licei e le nostre Università fossero le migliori del mondo. Formavano persone con una vasta cultura generale (fondamentale per capire sempre dove e come inserire la propria specializzazione) e davano lo stimolo a tirare fuori il meglio da noi stessi. Purtroppo non si muoveva parallelamente la ricerca istituzionale. Sembrava un lusso che il paese non poteva permettersi. Molti scappavano all’estero (non è cosa solo di oggi …) o vivacchiavano con misere risorse. Ma comunque era ancora vivo lo spirito italiano più vero, quello che ci ha dato Leonardo, Galileo, Fermi. Bastava una matita o un gesso sulla lavagna. Mi ricordo quando le prime foto del Voyager 2 sono arrivate in Europa. I colleghi americani temevano di darci i dati, perché sapevano che gli italiani avrebbero fornito spiegazioni immediate basate su una visione di ampio respiro, mentre loro avevano bisogno di fare girare i programmi, di riflettere solo dopo che i dati erano stati completamente ridotti e cose del genere. Ero a Pisa con Farinella, Anna Nobili e mi sembra Paolicchi. Abbiamo proiettato sul muro della vecchia Università una gigantografia della prima immagine di Mimas. Poi abbiamo misurato brutalmente la larghezza e l’altezza e ci siamo accorti che il satellite era schiacciato ai poli. E’ stato facile con semplici formulette, sapendo il diametro e la distanza da Saturno, fare qualche conto sulle forze mareali ed intuire la composizione interna del satellite e la sua densità. Prima che gli americani cominciassero ad analizzare al computer quei dati, noi avevamo già pronto un lavoro da pubblicare. Ed era anche corretto. Questa è sempre stata la forza degli italiani. Poi, purtroppo, l’università si è portata verso i modelli americani, guardando soprattutto al ritorno economico. La cultura di base è scemata e l’uso della matita e del gesso è scomparsa. Siamo diventati tutti “amanti” del computer, della pagina scritta perfettamente, delle figure leccate e perfette. Troppo tempo sprecato. Chi vede oggi un giovane ricercatore con una matita ed un foglio? Nessuno. Io mi ricordo che quando andavo a Pisa per collaborare con i colleghi dell’Università, a volte, passavamo due o tre giorni a parlare e fare ipotesi anche assurde. Si chiacchierava a ruota libera davanti ad una lavagna. Ma alla fine qualche idea buona veniva e si poteva allora cominciare ad usare il computer. Oggi si fa il contrario. E poi c’è stato il “boom” del ritorno tecnologico. La ricerca pura non serve più a niente. Bisogna produrre e subito. Ma è assurdo! Senza ricerca di base non si costruisce niente. Ma chi decide l’assegnazione dei fondi non riesce a capirlo sia per incapacità culturale che per interessi economici. E stiamo perdendo il nostro punto di forza che ci faceva un po’ speciali. Ci siamo adeguati ai programmi dei paesi più ricchi di fondi per la ricerca e non siamo in grado di competere sulle applicazioni tecnologiche. Ci illudiamo di esserlo ed invece cadiamo nell’anonimato. La nostra grande forza, da tutti invidiata, era la cultura generale e la logica. Oggi purtroppo le stiamo completamente perdendo. E questi ricercatori saranno i professori di domani e temo che si sia entrati in un cerchio senza uscita. Peccato!! Purtroppo però questo è un problema mondiale e non solo italiano. La scienza con la S maiuscola è chiaramente in calo, almeno per quanto riguarda la Fisica e l’Astronomia.

L. Si dice sempre che nel selezionare i ricercatori bisogna utilizzare criteri meritocratici basati sul numero e la qualità delle pubblicazioni scientifiche. Poi nei concorsi succede, a volte, che un ottimo ricercatore con decine di lavori su riviste internazionali sia superato da un altro che pubblica sul giornale di paese

Z. Anche queste sono parole sante. A volte però si perde il meglio già prima di avere concorsi truccati. Ho avuto con me giovani laureati dalle grandi capacità che non sono riuscito a trattenere perché i concorsi erano bloccati oppure avevano una cadenza da Matusalemme. E non c’era più posto per incarichi seri. Non tutti possono vivere nel precariato per anni. Stiamo arrivando ad una elite scientifica basata non sui meriti ma sulla possibilità delle famiglie di mantenere il figlio o la figlia a studiare per pochi euro al mese. Facciamo una selezione sulle possibilità economiche e non sulle capacità intellettuali. Quando poi finalmente arriva un concorso, c’è una caccia terrificante al posto. E questa fame di posti aiuta le azioni truffaldine. Pur di ottenere qualcosa si usano tutti i mezzi. E l’Istituto più potente o con maggiori agganci politici riesce ad avere la meglio. Prima di prendermela con i concorsi “truccati”, me la prenderei con la mancanza di concorsi. La fame istiga l’ingegno anche verso le azioni meno limpide. Il problema di fondo rimane sempre lo stesso: in Italia non interessa la ricerca scientifica pura, che è sempre stata il nostro vanto e la nostra forza.

L. All’osservatorio di Torino ti è capitato di ospitare per periodi di studio molti giovani promettenti di altre nazioni. Attualmente stiamo assistendo, al contrario, alla fuga all’estero dei nostri ragazzi migliori. Siamo un Paese in vena di suicidarsi o fa comodo tener lontani quelli che pensano troppo?

Z. Come dicevo prima, secondo me la fuga dei cervelli c’è sempre stata, perché c’è sempre stata la mancanza cronica di fondi sufficienti. Oggi se ne parla di più, anche perché fa comodo a certe parti politiche. Ma non sono del tutto convinto che ci sia stato un peggioramento. Non che questa considerazione sia positiva. Anzi. L’Italia si sta suicidando senz’altro, almeno da un punta di vista scientifico. Vogliamo competere solo sulle applicazioni tecnologiche ed io temo che questo sia molto difficile. Il nostro compito dovrebbe essere un altro, come dicevo prima, ma nessuno vuole o riesce a capirlo. Da un punto di vista utopistico avrei la ricetta: allarghiamo le assunzioni “sicure”, diamo più fondi per la ricerca ed un po’ alla volta migliorerà anche il livello degli insegnamenti universitari e la nostra competitività in campo internazionale. In altre parole, torniamo indietro elargendo più fondi. Ma non ci crederei nemmeno se lo vedessi con i miei occhi. L’Italia preferisce rincretinire i giovani con la televisione e la stampa di parte. Sono molto sconsolato quando sento ricercatori che potrebbero essere anche validi parlare del Grande Fratello e delle soap-opera. Sono scomparsi gli attori, il teatro, per far posto alle vallette e agli imbonitori. Con queste premesse, come si fa a sperare di avere nuovamente dei grandi scienziati? Voglio dire apertamente che queste sono mie personali convinzioni. Potrei essere completamente in errore.

L. Hai una grande passione per i viaggi, ami l’arte e la montagna e sei anche uno specialista di vini. Allora gli scienziati non sono tutti topi da laboratorio o da osservatorio

Z. Ho paura di essere una mosca bianca. Spesso lo scienziato o almeno quello che si crede tale, si sente obbligato a parlare sempre di lavoro. Io lo trovo avvilente e culturalmente mediocre. Non ho mai fatto fatica ad essere me stesso dovunque e comunque. Non ho mai voluto apparire diverso da quello che sono. Molti colleghi (forse troppi) passano la vita a cercare di dimostrare chi sono, senza nemmeno saperlo loro. Vogliano dimostrarsi grandi scienziati senza alcuna umiltà culturale. Molti sono rimasti infantili e sono pieni di rancori mai espressi. Io so benissimo che da molti colleghi sono considerato un “ubriacone” solo perché ho la passione culturale per il vino e per chi e come lo produce. Si va avanti a frasi fatte, senza cercare di capire le vere motivazioni. La mia passione per l’arte non ha mai ostacolato la mia modesta ricerca scientifica, né penso l’abbia sminuita. Quante volte una cultura più vasta mi è stata utile per risolvere problemi di pura Fisica o matematica! Ed invece spesso ho visto scene per me “raccapriccianti”. Colleghi che hanno chiamato l’Acropoli di Atene, quella “rocca semidistrutta”, o che hanno continuato a parlare di lavoro all’interno della Cappella degli Scrovegni di Giotto, senza nemmeno alzare gli occhi alle pareti. Come si può pensare che questi siano veri scienziati? Saranno preparatissimi nel loro limitato campo d’azione, ma sono uomini falliti. Prima di scienziati bisogna essere veri uomini. Io la penso fortemente così. E sono costretto a dire che spesso e volentieri ho visto tanti bravi scienziati, ma altrettanti mediocri personaggi che non sanno inserirsi nella realtà quotidiana. Questo porta a vedersi membro di una ristretta elite e a rifuggire chiunque voglia invece avere parte attiva nelle cose anche più semplici. Ho conosciuto grandi persone sia tra i vignaioli, che tra gli operai in tuta (ne ho visto uno al Carmine di Firenze, verso le 18, che prima di andare a casa andava a godersi in silenzio gli affreschi di Masaccio). Ho visto pluri-laureati incapaci di afferrare le meraviglie della natura ed incapaci di capire i valori profondi della gente più semplice. Chi è allora tra loro il vero intellettuale? Ossia quello che sa usare meglio il proprio intelletto? Devo dire la verità, temo che lo scienziato medio sia un personaggio complessato e pieno di rancore e di smania di apparire a tutti i costi. Persone “grandi” nella Scienza ne ho conosciute poche e purtroppo pochissime in Italia. Forse le posso contare sulle dita delle mani (o una sola?). Sicuramente Whipple e Shoemaker, ma anche qualche ricercatore sconosciuto e che rimarrà sempre tale. Molti ottimi e veri amici li ho trovati invece al di fuori del “mio” ambiente. Potrei anche fare nomi di famosi studiosi italiani, che dovrebbero avere ottenuto il massimo e che si sono poi dimostrati squallidi personaggi umani. Ma taccio, per non essere accusato di calunnia e dover poi pagare un mucchio di soldi a chi già li possiede. Preferisco spendere in un viaggio, in una buona bottiglia di Barolo, in una settimana di sci, in un libro di arte

L. Sei da poco andato in pensione ma a giudicare dalla sua agenda di impegni si direbbe che è solo cambiato il tuo datore di lavoro

Z. Si è vero!! Un mio caro amico americano mi ha detto recentemente.”Si va in pensione quando si smette di fare quello che non si vuole fare”. Magnifico concetto che approvo in pieno. E lui è proprio Alan Harris, grande scienziato, ma anche grande intenditore di vini e di alta cucina. Ogni anno ci troviamo e passiamo un paio di giorni a parlare di tutto, ma quasi mai di lavoro. Sarà un caso? In questo momento sto facendo in realtà molte cose (forse troppe), ma bisogna cogliere “l’attimo fuggente”. Sto entrando sempre più nella cultura del vino e sto anche scrivendo articoli di valutazione e partecipo a degustazioni professionali. Ho fondato un circolo cultural-godereccio (più esattamente eno-g-astronomico) che è stato accolto con grandissimo entusiasmo da produttori di vino, ristoratori, ma anche da giornalisti, astronomi, avvocati, ingegneri, ecc. Mi sono messo a scrivere racconti di fantascienza che spero anche di pubblicare e mi sto divertendo un mondo e mi interessa poco che diventino un successo o rimangano tra una ristretta cerchia di amici. Passerò sicuramente un paio di settimane ogni anno in Toscana, che sento sempre come centro della cultura italiana e che mi riporta ai bei tempi del Rinascimento. Sono entrato in un circolo che studia lo sfruttamento dello Spazio e sto dando una mano ad organizzare un congresso internazionale. Continuo a fare divulgazione astronomica e mi tengo informato. Tutto però viene preso con grande dose di umorismo e di “umiltà culturale”: io offro quello che so e cerco di ricevere dagli altri quello che non so. Questo mi permette di essere sempre un po’ bambino e di avere sempre qualcosa da imparare. E ho sempre con me la mia cara moglie Gianna che mi sopporta e condivide da quarant’anni le mie passioni e le mie manie. Ma ci stimiamo molto reciprocamente e questa è la cosa più importante. Sono più in generale in una fase in cui ho bisogno di condividere le idee, le impressioni, le sensazioni, le emozioni. Ed ho capito che questo bisogno lo hanno molte altre persone, anche se spesso lo tengono nascosto. E sono contento quando vedo che si aprono e si lasciano andare. La vita è bella e bisogna saperne godere tutte le varie sfaccettature, che siano concetti di alta Fisica, un palazzo od una chiesa del quattrocento, una bottiglia di Barbaresco del ’79, o soltanto una cena tra veri amici. E consiglio a tutti questa semplice ricetta: lasciate da parte la voglia di “dimostrare” a tutti i costi e siate voi stessi con i vostri pregi ed i vostri difetti. Non ve ne pentirete, parola di un giovane eno-g-astronomo in pensione!!

L. A tuo parere per un giovane di belle speranze è importante avere dei buoni maestri o è preferibile che si “faccia le ossa” da solo?

Z. Sicuramente avere dei buoni maestri è importante. Ma è difficile trovare un “buon” maestro. Spesso sono molto bravi scientificamente, ma temono di essere un giorno superati dall’allievo. E l’ho visto in tanti colleghi. Io però ho difficoltà a rispondere. Quando ho cominciato all’osservatorio eravamo in 5-6 persone ed io ho iniziato la ricerca sui corpi minori completamente da solo. La biblioteca era quello che era, internet non esisteva, si poteva solo scrivere ai colleghi, aspettare quindici-venti giorni che arrivasse la risposta e poi magari accorgersi di non avere chiesto tutto. Nel primo anno di lavoro, per tornare alle mie “care” famiglie, mi sono messo a ”plottare” su un foglio di carta i parametri orbitali del migliaio di asteroidi allora conosciuti. Tutto ovviamente fatto a mano. Giorni e giorni di squallido lavoro da manovale. Alla fine però ho visto che vi erano concentrazioni di oggetti che dovevano essere sicuramente “anormali”. Mi sentii un conquistatore. Corsi subito dal mio Direttore, che però ben poco conosceva dei corpi minori, e gli feci vedere i risultati. “Magnifico!, mi disse, continua, devi aver fatto una grande scoperta". Ero contentissimo ed euforico. Cominciai anche altre analisi, immaginando il momento in cui avrei fatto il grande annuncio. Poi però mi sentii più tranquillo andando a fare qualche ricerca nelle vecchie riviste stipate in cantina. Avevamo ben poco sulla planetologia (l’Osservatorio in quel campo aveva solo lastre fotografiche per calcolare la posizione dei pianetini), ma alla fine trovai una rivista giapponese del 1920 o giù di lì. Fortunatamente aveva l’abstract in inglese e le figure erano nel solito linguaggio internazionale comprensibile a tutti. Che brutto colpo vedere la mia “scoperta” già pubblicata da più di quarant’anni!! Odiai Hirayama e le sue “famiglie”. Ma imparai molto. Le famiglie mi rimasero nello stomaco e alla fine riuscii a fare qualcosa di nuovo ed importante su di loro. Lo dovevo fare e ci sono riuscito. Quel giorno non ho più odiato Hirayama! Per tornare alla domanda, quindi, non so proprio come rispondere. Ho da un lato invidiato i ragazzi che arrivavano in Osservatorio e sapevano già cosa fare e cosa leggere, seguiti dai colleghi più anziani. Ma dall’altro penso che gli sforzi fatti da solo sono serviti molto per prendere sicurezza in me stesso e non aver paura di affrontare gli uditori anche più prestigiosi. A volte i problemi ti aiutano. Quando ero bambino, ero terribilmente “balbuziente”. Avevo paura di entrare in un negozio e chiedere, perché temevo di non essere in grado di iniziare la frase. A scuola ero spesso preso in giro, come è ovvio, e mi creavo molti problemi, ma anche tanta voglia di superare quello scoglio. Sono stato portato da specialisti, ma nessun rimedio significativo. Andando a studiare a Torino qualcosa si è sbloccato. Mi sono sentito uno fra tanti che non conoscevano ancora il mio problema di linguaggio. Sono riuscito prima a nasconderlo al meglio e poi a superarlo. Questo fatto mi ha sicuramente molto aiutato nel non avere paura di parlare ai congressi. Era sempre una specie di sfida che vincevo e che mi dava profonda soddisfazione. Forse senza la balbuzie avrei subito come moltissimi l’ansia da pubblico. Per me invece non è mai esistita: più persone ci sono, più esperti ci sono e più mi sento stimolato a parlare senza tentennamenti.

L. Cosa consiglieresti ad un ragazzo che volesse diventare un planetologo?

Z. Di cambiare mestiere. Ovviamente sto scherzando, ma non troppo. Prima di tutto gli consiglierei di diventare un uomo, di vedere il mondo con la giusta umiltà e di non pretendere di ottenere tutto e subito. Poi lo farei studiare e digerire i concetti fondamentali. A volte molti non riescono perché vogliono subito “produrre”, anche senza prima studiare a fondo i problemi. Poi tutto verrebbe da solo. Comincerebbero le prime idee intelligenti, le prime critiche basate su dati di fatto e i primi lavori. Nel frattempo però sarebbe molto importante saper scrivere le cose con grande logica (e qui torna in ballo la matematica, il latino, la Divina Commedia, la cultura generale). Sempre però con i piedi per terra. Non sminuire mai le proprie idee (“gli altri saranno sicuramente già più avanti di me” questo è un grande errore da NON fare mai), ma nemmeno sentirsi superiore. Insomma di nuovo la mia fissazione: UMILTA’ CULTURALE, che vuol dire non considerarsi inferiore, ma nemmeno cercare di fingere di essere superiore. Bisogna avere una grande sicurezza in se stessi, sia in quello che si sa, sia in quello che non si sa. E non avere paura a chiedere anche le cose più banali. Magari a noi lo sembrano, ma poi ci si accorge che sono difficili anche per gli altri. A tal riguardo mi ricordo che su tutti gli articoli di fotometria venivano riportate le trasformazioni canoniche per passare al sistema standard delle magnitudini. Veniva spiegato chiaramente, ma io vedevo un’enorme difficoltà nell’attuazione pratica. Eppure gli altri ci riuscivano tranquillamente. Ero così idiota? All’inizio usai un sistema molto brutale, considerando certi coefficienti trascurabili. Ma d’altra parte non sarei riuscito a fare di meglio. Poi decisi di uscire allo scoperto e durante un piccolo congresso in America, mi alzai e dissi chiaramente: “scusate, ma come fate a risolvere questo problema che sembra a tutti così ovvio?”. Roba da nascondersi sotto il tavolo. E invece, si aprì una limpida e illuminante discussione e mi accorsi che il mio problema era condiviso da tutti. E tutti usavano metodologie approssimate. Quel giorno decidemmo di unificare le nostre procedure e tutti, sono convinto, si sentirono molto meglio e nessuno nascose più la polvere sotto al letto. Ma queste sono belle parole e bei consigli solo se ci fosse la possibilità di avere fondi, di girare il mondo, di avere un posto sicuro che non ti metta addosso la smania di pubblicare subito qualcosa per fare meglio del collega che ti può portare via il posto del prossimo, agognato, concorso. E si ritorna da capo. E’ difficile spingere qualcuno a fare lo scienziato, planetologo o geologo che sia. Sono sempre stato chiaro con i neo-laureati. Ho sempre fatto presente le difficoltà ed i rischi del mondo della ricerca. E non ho mai cercato di crearmi degli “schiavetti” da utilizzare per qualche anno per poi buttarli al macero. Oggi non saprei che dire, veramente. Forse solo questo: se ci credete veramente andate avanti! Se avete dubbi lasciate perdere. Comunque non sperate mai troppo negli altri, ma soprattutto in voi stessi. E non seguite le mode (la planetologia è sempre stata “snobbata” dagli altri astrofisici). Se ci credete, andate avanti. Io ho proseguito malgrado i sorrisi di scherno di molti colleghi o la sottostima di altri. Una volta un vecchio professore di astroFisica mi disse:”cambia campo di ricerca. Con la planetologia non si fa carriera. Si rimane in serie B o C”. Mi ha invece dato maggiore stimolo e rabbia. Avrò magari impiegato qualche anno di più, ma ho comunque vinto il concorso da Astronomo Ordinario, e nessuno ci avrebbe scommesso una lira. Eppure non ho mai avuto Santi in Paradiso, anzi. Prima o poi un po’ di onestà viene fuori e nemmeno i più grandi manovratori sotterranei potranno sempre nascondere i meriti altrui. Mai perdere la speranza, anche se le difficoltà sembrano insuperabili. Ma bisogna saperlo bene e non pentirsi o rinunciare al primo intoppo.

L. Siccome nonostante tutto siamo degli ottimisti, ci consigli un buon vinello per festeggiare i nostri successi futuri e quelli dei nostri lettori?

Z. Sicuramente. Ma non un “vinello”, bensì il re dei vini: il Barolo. Solo lui ha quelle sfumature eleganti e rudi, soffici e violente, languide e sanguigne che portano all’estasi gustativa. Ma non un Barolo qualsiasi, mi raccomando! Non posso farlo pubblicamente. Ma a chi chiederà un consiglio sarò lieto di rispondere privatamente. E vi assicuro che vi farò bere il massimo senza spendere cifre da capogiro. Un CIN CIN a tutti lettori!!

Per approfondimenti:

Bendjoya, Philippe; and Zappalà, Vincenzo; "Asteroid Family Identification", in Asteroids III, pp. 613-618, University of Arizona Press (2002), ISBN 0-8165-2281-2

V. Zappalà et al "Physical and Dynamical Properties of Asteroid Families", in Asteroids III, pp. 619-631, University of Arizona Press (2002), ISBN 0-8165-2281-2

A. Cellino et al "Spectroscopic Properties of Asteroid Families", in Asteroids III, pp. 633-643, University of Arizona Press (2002), ISBN 0-8165-2281-2

V. Zappalà et al “Asteroid Families: Search of a 12,487-Asteroid Sample Using Two Different Clustering Techniques”, Icarus, Vol. 116, p. 291 (1995.)

Zappalà, Vincenzo; Cellino, Alberto; Farinella, Paolo; and Milani, Andrea; "Asteroid families II - Extension to unnumbered multiopposition asteroids", Astronomical Journal, Vol. 107, pp. 772-801 (February 1994)

Zappalà, Vincenzo; Cellino, Alberto; Farinella, Paolo; and Knežević, Zoran; "Asteroid families I - Identification by hierarchical clustering and reliability assessment", Astronomical Journal, Vol. 100, p. 2030 (December 1990).

Hirayama, Kiyotsugu; "Groups of asteroids probably of common origin", Astronomical Journal, Vol. 31, No. 743, pp. 185-188 (October 1918).

Referenze fotografiche:

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/ab/AsteroidIncAu.png

http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/1997/27/image/a/format/web_print/

http://www.nmspacemuseum.org/halloffame/images.php?image_id=87

http://astrogeology.usgs.gov/About/AstroHistory/shoemaker.html

Libri di divulgazione scientifica (e non solo) di Vincenzo Zappalà   Per tutti i libri è disponibile sia la versione cartacea che quella “ebook”  

L’Infinito Teatro del Cosmo
L’astrofisica senza formule. L’Universo è considerato un immenso teatro in cui si muovono i vari attori, tutti ugualmente importanti, anche se le loro dimensioni variano dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. All’inizio si spiega come è fatto il palcoscenico, qual è la sua struttura e le leggi che lo regolano. Si descrive lo spazio-tempo, il cono di luce e come si possano inviare informazioni da un capo all’altro del Cosmo. Poi, un po’ alla volta, entrano in scena gli attori, legati uno all’altro da una trama senza fine. Stelle, galassie, ammassi globulari, pulsar, buchi neri, pianeti, asteroidi, protoni, neutroni, elettroni, fotoni, ecc., intrecciano le loro storie e, spesso, spiegano in prima persona il copione che recitano in un’avventura che non può avere uguali. Una lettura per tutti che affronta gli argomenti più caldi e attuali della scienza tra le scienze.  

Versione cartacea (16 euro): http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=796706
Versione ebook (10 euro): http://www.lulu.com/shop/vincenzo-zappal%C3%A0-and-francesca-diodati/linfinito-teatro-del-cosmo/ebook/product-20124292.html    

Il gioco delle stelle
La materia primigenia formatasi con il Big Bang sembra avere mirato a un unico scopo: quello di creare le stelle, la fabbrica fondamentale per dare origine a tutto ciò che oggi esiste nel Cosmo. Il racconto della loro vita è quindi una favola meravigliosa, che forse solo i bambini riescono a comprendere fino in fondo. Come una specie di gioco senza fine esse seguono regole sempre uguali e sempre diverse. La mente umana è riuscita a sintetizzare la loro complessa evoluzione in un unico diagramma di una semplicità e di una generalità ineguagliate: il diagramma di Hertzsprung-Russell, uno dei baluardi dell’astrofisica, forse il suo vero punto d’inizio. Attraverso un linguaggio semplice e intuitivo, questo libro cerca di svelarne i mille segreti e far comprendere come il diagramma mostri con estrema chiarezza le connessioni delle quattro grandezze fondamentali degli astri, massa, dimensioni, temperatura e luminosità, legate in abbraccio di armonica perfezione.  

Versione cartacea (13 euro): http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=881297
Versione ebook (9 euro): http://www.lulu.com/shop/vincenzo-zappal%C3%A0/il-gioco-delle-stelle/ebook/product-20426861.html    

La Fisica addormentata nel bosco
Fisica significa Natura e, di conseguenza, cercare di capire le sue leggi vuol dire imparare a vivere. Senza le basi della fisica più elementare diventa impossibile godere sia dei meravigliosi segreti del Cosmo sia delle esperienze della vita di tutti i giorni. Questo libro vuole aiutare a entrare in questo mondo, affrontando il movimento dei corpi. Una specie di avventura o di fiaba, in cui i due protagonisti sono un principe e un boscaiolo, improvvisamente trovatisi in un bosco che ha riacquistato la possibilità di agire. Reso immobile da una strega di nome “ignoranza”, un semplice “bacio” della mente dischiude ai nostri due eroi una realtà fantastica. Prima riescono a descriverne i moti (cinematica), poi a scoprirne le cause (dinamica) e, infine, a ottenere un nuovo e consapevole equilibrio (statica). Per spiegare la fisica è stato necessario usare il suo linguaggio, l’unico capace di riassumere e di fare chiarezza: la matematica. Quella elementare, però, alla portata di un qualsiasi studente di scuola media o poco di più. L’autore ha anche cercato di farla amare come un’amica insostituibile.  

Versione cartacea (19 euro): http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=912975
Versione ebook (10 euro): http://www.lulu.com/shop/vincenzo-zappal%C3%A0/la-fisica-addormentata-nel-bosco-alla-scoperta-del-regno-del-movimento/ebook/product-20569075.html    

E se fosse vero?
Una raccolta di 48 racconti brevi in cui la realtà vive forme e situazioni dall’apparenza assurda, mentre la fantasia più sfrenata sembra seguire regole e leggi della più comune normalità. Scherzi, illusioni, speranze, ma anche condanne e miserie della vita di tutti i giorni trasfigurati  e deformati. L’autore ha cercato di esprimere, attraverso le varie storie, la propria visione etica e sociale dell’umanità di oggi e delle sue conquiste e limitatezze. A volte con ironia e sarcasmo, altre volte con commozione e trasporto. Amarezza e speranza si confondono e si mischiano senza alcuna logica apparente, se non quella del pensiero e della riflessione. In tutte si sente, però, l’appassionato amore dell’autore per tutto ciò che è Natura e il segno incancellabile di tanti anni di ricerca scientifica.  

Versione cartacea (12 euro): http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=798134
Versione ebook (8 euro): http://www.lulu.com/shop/vincenzo-zappal%C3%A0/e-se-fosse-vero-48-racconti-di-scienza-fantastica-e-di-fantasia-scientifica/ebook/product-20127177.html    

Vini dell’altro mondo  
Un’avventura di fantascienza, anzi di fantenologia, nata dalla passione dell’autore per il vino d’autore, quello capace di far nascere sensazioni ed emozioni uniche. Un ricercatore terrestre parte per la galassia d’Andromeda allo scopo di scoprire se anche in quell’immenso insieme di mondi abitati si conosce l’uva e la sua trasformazione in vino. Nel suo incredibile viaggio si trova di fronte a realtà insospettate e impara come spesso ciò che sembra non è sempre la verità. Un gioco di puro divertimento, insaporito da un’astrofisica deformata, da effetti speciali e da conclusioni inaspettate. Tra le righe, però, si legge sempre una parodia più o meno velata della vita di tutti i giorni.  

Versione cartacea (10 euro): http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=791388
Versione ebook (5 euro): http://www.lulu.com/shop/vincenzo-zappal%C3%A0/vini-dellaltro-mondo/ebook/product-20372890.html